Scendendo in palestra, per la millesima volta sento aumentare il freddo ad ogni gradino della scala. Butto l'occhio brevemente alla parete di specchio e vedo me stessa, con le occhiaie più pronunciate e senza la pancia, ora che Prisca è nata e dorme lì vicino nell'ovetto, in un angolo. Ancora una volta l'arrivo dei primi bambini mi sorprende impreparata- eppure li stavo aspettando, sembrava tutto pronto questa mattina, ma in un attimo le pantofoline si ammucchiano all'ingresso, entrano.
A quel punto tocca a me, ho appena ripassato il breve programma del giorno, ormai il grosso è fatto, si tratta di riprendere, levigare, ripassare con loro le musiche dello spettacolo. Con la cura che attiene ad ogni piccola routine della giornata.

E però nella scacchiera dell'incontro arriva sempre una mossa inattesa, a cui devo rispondere con uguale prontezza, un evento che si aspetta nella mossa successiva -la mia- la stessa inspiegabile precisione. Può essere una domanda fuori tema, una risposta sviante, un improvviso malumore, la stanchezza generale, uno sfogo da contenere. Provo a reagire prontamente. Nel giro di pochi minuti la situazione muta ancora, mi ero appena ri-allineata, una bambina dà segnali di insofferenza, un'altra mi dice voglio quest'altro, quello che mi dai tu non mi va; la profondità dello specchio risucchia l'attenzione di alcuni, e con gli strumentini è bello fare tanto rumore mica la mia musica, che il rimbombo delle pareti rinforza. A poco a poco anche gli occhi più attenti cambiano direzione di sguardo, la fame avanza! Come un respiro spezzato, una frase interrotta, la maestra dà il via alla ritirata, scarpette, scale, scompaiono dal mio sguardo in un batter d'occhio.

Resto con un senso di vaga sconfitta, di inconclusione, di impotenza, come se la mia pedina fosse ancora lì, sul ciglio della scacchiera, pronta a partire e fremente di desiderio. Mi chiedo se dentro di loro sia rimasto solo il fracasso dei tamburi che hanno accompagnato i sogni della mia bambina e se questo momento per loro impegnativo abbia in realtà interrotto un gioco più piacevole. Se resti almeno un segno della passione che mi muove. Poi torno a casa e nel silenzio penso. E nel silenzio finalmente capisco quello che la mattina mi sfuggiva del tutto: una semplice verità addirittura lampante, sapendola vedere. Ogni bambino che arriva in palestra e sa di trovare me, gli strumentini, le casse e il resto, è anche il piccolo protagonista di una storia tutta sua, già cominciata in cima alle scale, che trova spunto da ciò che incontra e si sviluppa grazie alla fantasia. Ogni bambino ha una storia diversa da interpretare e ogni storia ha esigenze proprie, che sfociano in domande assurde e interventi stranianti all' orecchio "duro"dell'adulto... «Due gruppi: cucù e paperelle, tu cosa sei? Io aquila, voglio essere. Il leone, quando è stanco, prima di dormire cosa fa? Sba... Legge un libro! Tu oggi suoni le maracas! Nooooo! I legnetti, quelli tictac-ton! Ehi tu, siamo qua, cosa stai guardando? Là c'è solo il muro, di qua si suona! » Silenzio.



Ma di là, oltre quel muro, c'è molto altro, che io "troppo grande" non vedo; c'è altra musica che per le mie orecchie è frastuono , c'è un'armonia disordinata che mette insieme mille cose e forse non ne completa nessuna, ma soprattutto c'è una voglia matta di ridere ridere ridere.